Web 2.0 - Written by Giuseppe Rollino on Giovedì, Giugno 19, 2008 17:51 - 0 Comments
Botton-down: chi paga?
Il post di oggi nasce da questo LINK che ha destato parecchio scalpore qualche tempo fa. Per la prima volta qualcuno parla male di Wikipedia (uno dei pilastri su cui si è costruita l’idea del Web 2.0 o - come dicono alcuni - del web sociale) e lo fa non tanto criticando il funzionamento quanto l’idea stessa che è alla base di Wikipedia (e non del Wiki, come è bene chiarire subito). Ciò che fa scalpore è anche il fatto che la critica è autorevolissima perché viene da uno dei padri del web, Robert Cailliau, che durante il suo intervento in apertura del Festival della Scienza di Ginevra ha aspramente criticato il network in quanto:
Wikipedia incarna ciò che non avremmo voluto che diventasse il web… Non ha senso creare un’enciclopedia in cui vengono accentrate le informazioni, poiché la rete tutta è un’enciclopedia. Concentrare le fonti è contrario all’idea stessa di web.
In linea teorica, come dargli torto.
Il funzionamento di Wikipedia, in effetti, non è altro che una derivazione dell’approccio (tutto web 1.0) del motore di ricerca:
- vado su un motore di ricerca (altavista, google, wikipedia… sempre lo stesso)
- identifico le keywords che secondo me identificano al meglio le mie necessità
- il motore di ricerca mi propone dei risultati
- io analizzo i risultati
Nulla di nuovo sotto il sole. Ciò che è interessante dell’articolo è un rimando ad un tema che da qualche tempo pare intrigare molto il nostro spazio: la net neutrality che, come altri concetti, mi riporta alla mente la web democracy di cui si parlava già nel web 1.0. , una rete che si alimenta di valori che dal basso permeano tutta la rete. A fronte di ciò, però, si pone sempre la stessa domanda: chi paga per tutto ciò? Chi sopporta il costo dell’approccio button-down tipico del web come lo immaginano i migliori “visionari” in circolazione? All’alba del nuovo millennio, quando le TLC sono state liberalizzate in Italia e già si parlava di reti (più o meno intelligenti) in ambito europeo, alcuni studi ponevano il problema che si pone in questo post e l’unica soluzione che fu identificata fu quella di avere investimenti pubblici (che quindi scaricano sull’intera comunità questi costi) per la realizzazione in ambito comunitario di infrastrutture di scambio dati che permettessero:
- la diffusione della banda larga (di cui si parla da almeno 10 anni senza avere ancora raggiunto un accettabile livello di diffusione della vera banda larga)
- la possibilità di garantire l’universalità del servizio
- la possibilità di garantire neutralità della rete rispetto al terminale utilizzato e ai contenuti trasmessi
Quest0 perché la verità che è alla base del valore di una rete come quella che cerca di essere internet, è che il valore è dato dalla connessione in se’, perché questa porta allo scambio di informazioni (ossia, di contenuti). E’ chiaro, pertanto, che un ruolo importante in questo gioco è occupato dagli ISP, ovvero i gestori delle connessioni principali (quelle, cioè, terminali - il famoso ultimo miglio). Oggi ci siamo abituati a pensare che navigare in internet è una specie di diritto naturale: la verità è che non lo è. La connessione ha un costo ma, soprattutto, ha un valore ed è su questo che si crea il problema della net neutrality.
Non si parla solo di costo materiale per erogare il servizio. Se fosse solo questo, infatti, si potrebbe addirittura agirare il problema attraverso modelli “civici” come le reti comunali, i collegamenti condominiali ed altro. Il problema è che questi soggetti non vedono - o almeno non sanno quantificare - il valore della connessione ma quantificano solo il costo di essa. In questo gap intervengono gli ISP che concretizzano sia l’uno che l’altro. Credo che una dimostrazione di ciò sia data dal fallimento, in Italia, del WLL.
La connessione, quindi, ha valore in se’ perché permette di accedere all’informazione che, non appena trova nuovi contenitori, colonizza questi spazi con nuovi contenuti, che a loro volta, hanno valore. E’ chiaro che il valore realizzato che conteso da due soggetti:
- l’ISP che permette di accedere all’informazione (senza per questo necessariamente produrla)
- il Content Provider che realizza l’informazione.
La distribuzione del valore così realizzato è determinato dalla forza dei contendenti: se gli ISP si trovano in una situazione di forza (vedi i prodotti basati su tecnologia mobile dove a dettare le regole sono i gestori che beneficiano di uno strumento - le licenze pubbliche - che li tutelano dagli attacchi di altri competitor) ottengono la meglio. Se i Content Provider sono più forti (come la UEFA che organizza la Champions league e ne gestisce - alla proprie condizioni - i diritti televisivi), il maggior valore andrà a loro.
Il meccanismo si rompe nel caso in cui tali soggetti non tengano conto che il valore disponibile è dato dal cliente finale. Se si cerca di andare oltre il limite posto da questi, l’intero sistema crolla. E con questo ritorno ad un commento che ho fatto qualche giorno fa e che qui riprendo per spiegare meglio quanto detto: identifichiamo un servizio (la posta elettronica) che ha ormai un basso valore riconosciuto dal cliente finale (si tratta ormai di un prodotto banale). Nessuno sano di mente potrebbe pensare di farsi pagare né l’accesso né la fruizione di un servizio del genere. Semplicemente perché non c’è più nessuno disposto a pagare per questo. Diverso è il discorso della TV sul web. Il valore riconosciuto, in questo caso, diventa più elevato. Allora sia gli ISP sia i Content Provider hanno la possibilità di agire in senso di acquisizione del valore prodotto. Ovviamente esiste un limite alle possibilità di azione degli ISP sul Content Provider. La connessione (la forza degli ISP) ha valore se permette l’accesso a dei contenuti. Se le barriere (economiche, tecnologiche o di qualsiasi natura) rendono eccessivamente oneroso l’acesso ai contenuti, il meccanismo crolla.
Ciò che resta è che qualcuno deve concretizzare, in qualche modo, il valore prodotto dagli ISP e dai Content Provider. E qui intervengono i soliti modelli esistenti anche in altri network più o meno moderni:
a) paga il cliente finale
b) paga un terzo soggetto - di solito con la pubblicità
Insomma, chi paga per la distribuzione delle Pagine Gialle? La pubblicità. Chi paga per la distribuzione degli atti pubblici dell’Unione Europea? Il cliente finale (nella sua veste di cittadino).
Pertanto non credo sia necessario scaldarsi per gli eventuali tentativi di escalation al valore intentati da ISP, Content Provider o altro. E normale routine. Basti pensare a cosa è successo recentemente al canale satellitare StudioUniversal: in un conflitto sull’acquisizione di valore con il proprio ISP (Sky TV) ha perso perché in una posizione di - apparente - debolezza. Certo, sarebbe interessante chiedere a StudioUniversal perché invece di investire su una dispendiosa campagna pubblicitaria di sensibilizzazione della cliente non investa nella realizzazione di un sito web dove per vedere la stessa programmazione (magari anche a pagamento).
Per concludere, ciò che è importante è intendersi su chi paga il valore prodotto. Tanto, alla fine, è sempre quest’ultimo che con i suoi comportamenti (più o meno razionali) decide.
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